La poesia e la sapienza del mondo, di Marco Ceriani

Il digiuno del conte Ugolino in un volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo dei Bambaglioli, di Simone Barlettai

Giuseppe Diotti (1779-1846) - Il conte Ugolino (1836) - Accademia Carrara - Bergamo



Il fatto che la Commedìa di Dante abbia destato un interesse notevole negli studiosi, fin dai primi anni della sua diffusione, è testimoniato dall’elevatissimo numero di commentatori coevi del poeta fiorentino che si sono cimentati nell’interpretazione della sua opera. Tra i più autorevoli troviamo senza alcun dubbio il commento latino di Graziolo dei Bambaglioli alla prima delle tre cantiche, la cui edizione critica è stata curata da Luca Rossi[1].
Di questo commento esistono anche alcuni volgarizzamenti[2] e proprio quello contenuto nel manoscritto della Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze, siglato Plut. 90 inf. 42, sarà l’oggetto di questo mio contributo.
Il codice in questione è un manoscritto cartaceo, con guardie cartacee e fascicoli legati. La datazione è stimata intorno alla metà del XIV secolo (Bertelli arretra alla metà del XIV secolo la precedente datazione agli ultimi decenni del Trecento avanzata da Roddewig e Boschi Rotiroti)[3]. È costituito dalle cc. III + 160 + III, misura mm. 390 x 146; la numerazione originale era probabilmente in numeri romani, di cui rimangono residui nel margine superiore esterno di alcune carte dei primi fascicoli; a partire dalla c. 5r, troviamo cifre arabiche al centro del margine superiore delle carte. Asportata la carta 1 del fascicolo 1. Nel manoscritto possiamo rinvenire due mani diverse: la prima dalla cc. 3r-159v è una mercantesca bastarda, di autore anonimo, ma di chiara origine toscana (molto probabilmente fiorentina, come si può notare da alcuni termini tipici di questo volgare); la seconda è una littera textualis attribuita a Filippo di Matteo Villani. Il testo e il commento sono alternati su una colonna, con iniziali di terzina sporgenti.

L’episodio su cui vorrei soffermarmi in questo mio intervento è quello dell’incontro tra Dante e Virgilio e il Conte Ugolino della Gherardesca, descritto nel canto XXXIII dell’Inferno, in cui ho trovato un’annotazione originale del copista, che non è presente nell’edizione latina del commento di Graziolo, vediamo il testo dell’anonimo copista.

vv. 1-3: Con ciò sia cosa che nella fine del precedente capitolo l’autore domandasse quella anima che così divorava la testa di quell’altro della cagione del rodimento dice l’autore che lli sollevò sé dal divorare rispuoseli dicendo tu vuo’ ch’io rinnovelli disperato dolor eccetera a ppiù aperto manifestamento di queste cose si è da sapere che questi che mordeva e mangiava un altro si era il conte Ugolino di Pisa il quale era quasi signore di quella città. Fue incolpato e infamato malignamente di tradimento dai cittadini di Pisa, per messer Ruggieri, arcivescovo di quella città di che ’l conte con IIII suoi figliuoli, cioè Anselmuccio, Gaddo, Uguccione el Brigata, morì di fame in carcere come di sotto si contiene; l’altro il cui capo era divorato fue l’arcivescovo Ruggeri e questo è quello che dice il principio di questo capitolo.
vv. 4-6: Veramente questo autore va ad appellare Virgilio maestro e poeta però che Dante propriamente seguitò lo colui stile, però che questa risponsione o vero parole che dicono poi cominciò: tu vuoli eccetera sono propriamente le parole alla risponsione che ffece alla regina Dido Enea quando elli fu giunto a Cartagine, però che domandando quella Enea allora fuggito e cacciato di Troia elli rispuose a llittera come seguita nello infrascritto verso lo quale scrive Virgilio ne Eneide in questo modo “infandum regina iubet rinnovare dolorem”.
vv. 19-21: Dice il conte Ugolino poiché tu Dante vuoli ch’io dica di me e la cagione per ch’io son qui io lo diroe a ttal patto che lle mie parole sieno seme del quale nasca frutto d’infamia al traditor ch’io rodo.
vv. 22-24: Dice il conte Ugolino che essendo elli rinchiuso nella torre che innanzi ch’elli vi fosse rinchiuso colli figliuoli era chiamata la muda, ma poi che colli figliuoli vi morie di fame chiamata fu la torre della fame. In quella torre c’era uno piccolo pertugio per lo quale aveva più die veduto lume anzi ch’elli sognasse quelle cose che furono indizio e testimonio della sua futura miseria
vv. 25-27: Cioè questo sogno mi scoperse e aprì quelle cose che poi mi doveano divenire alle quali io non vedea anzi lo sogno.
vv. 28-36: Questo è il sogno del quale dice però che ’l conte sognava ch’elli vedea l’arcivescovo signore e maestro fuori della città di Pisa appo un monte ch’è tra Pisa e Lucca e quello arcivescovo s’avea messo innanzi lo Gualandi, Sismondi e lli Lanfranchi che ssono tre delle maggiori e delle più potenti case della città di Pisa. Apparendo quello arcivescovo tra costoro signore e maestro, cacciava inverso il detto monte un lupo con suoi figliuoli piccioli lupicini li quali cacciava con cani magri e affamati. Cani e con ciò fosse che questo lupo e lli lupicini fossono stanchi e indeboliti in piccolo corso li cani pigliavano il lupo e lli filgliuoli e tutti li divoravano. Quello lupo e quelli lupicini è significato il conte Ugolino e’ figli, per li cani magri la fame ond’elli morirono. Per quello che l’arcivescovo si metteva innanzi li detti pisani significa come li predetti Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, a istanza del detto arcivescovo, infamarono lo detto conte Ugolino di che elli e lli figli finalmente morirono nella torre.
vv. 57: Vuole dire l’autore chel conte Ugolino vide nei figliuoli rapresentata la figura di lui padre.
vv.70-78: Dice il conte Ugolino che poiché i figliuoli furono morti, e cieco per la fame in capo de 4 dì gl’andava brancolando, e più il vinse la gran fame ch’avea che non facea l’amore che portava a figliuoli; e però li manciò per fame.
vv. 82: Cavrara e Gorgona sono due grandissime montagne poste in mare di lunge del porto di Pisa verso la Sardegna miglia […] Dante priega che questi monti si muovano e vengano a fermarsi nel luogo ove Arno entra in mare, finché ivi crescano in modo di siepe di quel fiume d’Arno non possa arrivare in mare ma crescendo Arno e multiplicando ingrossando affoghi tutti li cittadini e abitatori di Pisa che ccosì crudelmente peccarono tormentando e uccidendo li figlioli perciò che ssì dicea che’l padre avea peccato.
vv. 88-90: per ischerno e notabilmente appella e significa la città di Pisa essere nuova città di Tebe, però che con ciò sia che la città di Tebe nel tempo passato sostenne molte tribulazioni e pestilenzie così dicie elli la città di Pisa ancora sarà stravolta per grandissime tribulazione.

L’episodio del conte Ugolino che abbiamo appena visto, per la maggior parte, non è altro che il volgarizzamento del commento di Graziolo realizzato dall’anonimo copista toscano autore del manoscritto; ciò che è invece molto interessante notare è l’aggiunta che il nostro copista fa al lavoro del Bambaglioli[4] in merito alla conclusione della triste vicenda del conte riportata ai versi da 70 a 78, che non compaiono nella digitalizzazione del testo del commentatore.
L’anonimo copista rientra dunque all’interno dello schieramento di coloro che hanno interpretato il verso dantesco come la conferma dell’antropofagia del conte, dicendoci infatti che Ugolino non riuscì a resistere alla fame e mangiò i propri figli e nipoti, nonostante ci tenga a specificare anche quanto amore il conte provasse per loro.

Personalmente non mi trovo d’accordo con la teoria dell’antropofagia del conte – teoria che, per altro, ad oggi gode di un seguito sempre minore tra gli studiosi –, poiché ritengo che il verso Poscia, più che il dolor, poté il digiuno non vada inteso come l’ammissione del cannibalismo del conte, quanto piuttosto come indice del fatto che il digiuno ebbe la meglio anche sul dolore per la perdita dei suoi figli, ponendo fine alla sua vita dopo aver trascorso comunque ancora due giorni a chiamarli invano.
Non possiamo non notare che queste saranno anche le ultime parole che Ugolino pronuncerà; una volta terminato il racconto non potrà mai più parlare per l’eternità, in una sorta, per così dire, di seconda morte, in quanto Ugolino riesce a recuperare la sua natura umana per la durata del racconto soltanto grazie all’amore che nutre ancora nei confronti dei suoi figli, un amore che si percepisce durante tutto l’episodio e che è talmente forte da riuscire a sconfiggere anche la profondità infernale, facendogli interrompere addirittura l’atto di rodere il cranio del suo nemico, che va, secondo me, inteso come il tentativo di saziare quella fame rimastagli dalla sua morte (non a caso nei primi versi del canto Dante parla di fiero pasto), su colui che è stato materialmente responsabile della sua fine e di quella dei suoi figli, tentativo che non giungerà mai a compimento, ma che si protrarrà invece per tutta l’eternità.

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Como citar: BARLETTAI, Simone. Il digiuno del conte Ugolino in un volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo dei Bambaglioli”. In "Literatura Italiana Traduzida", v.1., n.8, ago. 2020. Disponível em: https://repositorio.ufsc.br/handle/123456789/210160



[1] BAMBAGLIOLI, Graziolo de’. Commento all'“Inferno” di Dante. Luca Carlo Rossi (org.). Pisa: Scuola Normale Superiore, 1998.
[2] A tal proposito si veda: SERIACOPI, Massimo. Graziolo dei Bambaglioli sull’Inferno di Dante. Una redazione inedita del commento volgarizzato. Firenze: Firenzelibri, 2005.
[3] CURSI, Marco; MIGLIO, Luisa. “Carte che ridono poco. La Commedia in mercantesca”.In Dante visualizzato, Rosend Arqués Corominas e Marcello Cicuto (orgs.). Firenze: Franco Cesati, 2017, p. 71.
[4] Il commento di Graziolo, oltre che nella versione cartacea che ho già indicato alla nota 1, è fruibile gratuitamente online sul sito Dartmouth Dante Project.